Nati con la camicia

Pubblicatoil Mag 13, 2018 in attualità

Ho ritrovato per caso questo articolo che scrissi anni fa, e nonostante gli anni, sono ancora convinta delle mie parole.

“Noi delle nuove generazioni potremmo essere considerati tutti “nati con la camicia”, quella camicia che anche se di colori diversi: gialla, blu o nera, ha un grande significato, che va oltre la ragione e la comprensione usuale. Essere un ceraiolo non significa portare la camicia, ma sentirsi la festa dentro di sé; altrimenti avremmo ceraioli solo dal periodo della rinascita economica, dove si cominciò a comprare le prime divise, lasciando appeso dentro l’armadio il “vestito buono della domenica.

La nostra gloriosa Festa non è fatta di oggetti, ma di semplici gesti, che accompagnano non solo noi stessi, ma le generazioni che erano e che saranno. Questi gesti fanno parte della nostra tradizione, che per più di 850 anni ci ha trasmesso un amore incondizionato, semplice e a volte geloso per Sant’Ubaldo e per i nostri Ceri. In alcune situazioni la parola tradizione viene vista come sinonimo di limitazione, per me tradizione significa guardare negli occhi di mio nonno, mentre mi racconta le sue imprese ceraiole e vederci dentro emozioni e ricordi di un tempo che è stato e che ancora sopravvive, assalendomi incontrollati il cuore. Tutti abbiamo visto occhi simili, dove il rispetto e la fratellanza brillavano limpidi, riflessi sullo specchio della nostra anima.

La nostra è la Festa più bella del mondo perché siamo noi il cuore pulsante di essa. Siamo noi che con le nostra urla, salti, lacrime, abbracci, rimproveri e sorrisi rendiamo il Cero vivo, facendolo diventare nostro fratello, il nostro migliore amico. Forse dovremmo inventare parole nuove per descrivere quello che succede all’interno di noi stessi quando li vediamo sbucare all’improvviso e iniziamo a saltare, con la folla intorno che ci avvolge, dove diveniamo goccia vitale di un mare impetuoso. La cosa meravigliosa è che Sant’Ubaldo dalla cima del colle ci guarda e ci sostiene, perché questa festa è nata spontanea e continua a vivere spontaneamente, nonostante la vita frenetica di tutti i giorni che ci cambia e ci consuma.

Quando morì Sant’Ubaldo, la città si trovava in lotta con i feudatari del contado e questo impediva ai sudditi di entrarvi. Ma privarli di porgere l’ultimo saluto al loro Vescovo Padre sarebbe stata una crudeltà, così dal Municipio partì l’offerta di pace, condivisa da tutti, che permise alla gente della campagna di venire ad onorare la salma di Sant’Ubaldo. Tutti i fedeli lo vegliavano, giorno e notte e la chiesa era sempre piena, dove la classe sociale non contava più, ma soltanto il dolore e il grande amore per il Vescovo Ubaldo.

Quando poi Papa Celestino III lo proclamò Santo vennero prese disposizioni in merito alla decisione della data della festa in suo onore e disse: «et festum eius septimo decimo ca-lendas iunii hilariter annis singulis celebrantes, solecite operemini quod vestra circa divinum cultum devotio profecisse merito videatur, et ipse (cioè Sant’Ubaldo) vestris motus precibus pro totius ecclesie statu apud amnipotentem dominum intercedat». Iniziò tutto con la parola hilariter che ha un diverso tono dall’italiano “con ilarità” e che sarebbe più corretto tradurre “con allegrezza”. Nella terminologia religiosa è consueto trovare “cum gaudio” riferendosi alla feste liturgiche in onore dei Santi, ma in questo caso il Pontefice lasciò la scelta agli Eugubini di celebrare in libertà un culto che viene definito a priori hilariter. Tutto questo insieme di cose permette di affermare che la festa sia nata spontaneamente e noi ne siamo portatori e protettori.

Dobbiamo proteggere la spontaneità nei nostri antenati, lo dobbiamo a loro e a noi stessi. Non importa quanto tempo sia passato, io credo ancora in quello spirito di unione che ci caratterizza da tutti gli altri popoli. Con i nostri gesti di amore, che offriamo a Sant’Ubaldo, nel pieno del nostro entusiasmo il 15 maggio, non facciamo altro che ringraziarlo per tutto quello che ha fatto e che continua a fare per tutti noi. Perché nonostante quasi mille anni, alla fine siamo ancora uniti e dobbiamo crederci.

W i Ceri, W Gubbio e W gli eugubini!”

-2 W SANT’ANTONIO!!!!

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